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E’ possibile curare l’amore?

Vogliamo ora occuparci dell’amore come stato esistenziale, che caratterizza la coppia tanto profondamente fino a giustificarne l’esistenza, ma che si può anche ammalare.
Le malattie di cui soffre ci circondano con tale frequenza ed evidenza da impedirci di ignorarle, ci sollevano invece spesso dubbi e interrogativi dolorosi su quello che dovrebbe essere la via maestra della felicità umana.
Ogni medico sa che è meglio prevenire che curare le malattie, anche in questo caso sappiamo che la prevenzione ha un ruolo fondamentale, ma non sempre sufficiente.
Si dovrebbe poter assicurare alla futura coppia una base di sanità fisica, mentale, spirituale, affettiva…ma anche così niente è garantito perché la libertà, che è la grande ricchezza dell’uomo, è anche il suo grande pericolo.
La sua storia quotidiana è fatta di scelte, buone o cattive, costruttive o distruttive, per le quali è necessaria una continua vigilanza.
“Siate sobri e vigilate” ci dice San Pietro, perché abbiamo un avversario che “come leone ruggente ci circuisce cercando di divorarci”.
Ora il matrimonio è il suo terreno di caccia privilegiato perché qui sono in gioco i sentimenti e le passioni più forti, qui l’uomo e la donna possono esaltarsi od abbrutirsi, salire verso il cielo o cadere in un mare di desolazione.
Dopo l’illuminazione gioiosa dell’incontro gli sposi possono giungere a conoscere l’amarezza dei più banali litigi, secondo il meschino modello dei litigi infantili.
Ci sono dei precedenti illustri a cominciare proprio dalla prima coppia, uscita appena dalle mani di Dio.
Adamo aveva appena tessuto per la sua donna il più appassionato inno di amore, quale può nascere da un cuore innamorato: “questa è carne della mia carne, ossa delle mie ossa!” e poi ecco scoppiare tra i due la più miserevole delle diatribe: “è stata lei!”
Non sembra possibile che si tratti della stessa coppia!
Alla fine Dio li punisce entrambi, facendo loro prevedere il lato doloroso e penoso della vita coniugale.
E’ cambiata completamente la scena: si passa dall’idillio alla tragedia ed essi cominciano a sperimentare, sempre insieme, la sofferenza.
Quello che li unisce è ormai un legame difficile ed espiatorio, ma il legame stesso non si rompe.
Se Dio ha unito la prima coppia con tutta la sua autorevolezza, poi non la divide con il suo castigo, anzi, le promette una salvezza speciale che nascerà dalla sua discendenza e avrà il sopravvento su tutto il male che è dilagato dentro e intorno a loro con il peccato.
C’è anche un particolare atteggiamento paterno verso chi ha sbagliato: prima di cacciarli dal paradiso terrestre Dio riveste i loro corpi, che ormai si sanno nudi, di un vestito di pelli, una copertura che sa di misericordia.
Così il dramma della prima coppia, quella che formava la compiacenza di Dio, non ci dobbiamo meravigliare dunque se nella vita delle nostre coppie, anche le migliori, il loro rapporto di amore si può ammalare sotto le più diverse forme, perché il “diavolo” è per definizione “quello che divide”, e ci riesce benissimo, in molti casi.
Ma non è forse l’amore che, per se stesso, ha la capacità di unire al di sopra di ogni ostacolo?
Possiamo sperare e pregare per la sua guarigione?

Il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II

Il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia, voluto con molta determinazione dal Papa stesso a cui si intitola, è nato come Facoltà Teologica per occuparsi dei problemi della famiglia.
Nella sua offerta formativa:
“Si propone di approfondire la conoscenza della verità sul matrimonio e la famiglia alla luce della fede con l’aiuto anche delle varie scienze umane e di preparare sacerdoti religiosi e laici a svolgere un servizio accademico e pastorale sempre più qualificato.”
Questa è la presentazione dell’Istituto stesso che prevede i seguenti percorsi formativi:

  • Licenza in S. Teologia del matrimonio e della famiglia
  • Dottorato in S. Teologia (scienze del matrimonio e della famiglia)
  • Master in scienze del matrimonio e della famiglia
  • Master in bioetica e formazione
  • Master in consulenza familiare
  • Master in fertilità e sessualità coniugale
  • Corso di formazione permanente

Questo il programma ricco e impegnativo dell’Istituto nato dal cuore di un Papa che disse di voler essere ricordato come il Papa della famiglia e noi gliene siamo molto grati, ma non è il solo ad occuparsi e preoccuparsi di questi problemi.
Con lo stesso intento son sorte e promosse dalla Chiesa molte altre iniziative che si propongono di affiancare, aiutare, servire in mille modi le famiglie nei loro percorso.
Ora a noi sorge la domanda: e se ad essere qualificati in senso pastorale fossero gli sposi stessi che, usciti da uno stato di inferiorità, divenissero finalmente protagonisti adulti della loro vocazione coniugale?
Non più coppie da istruire ed assistere, ma coppie alle quali si richiede l’impegno e il tempo necessario per darsi una preparazione al “sacramento grande” che li aspetta.
Ecco un campo in cui si deve esercitare il “protagonismo dei laici”, invocato e favorito dalle ultime direttive della Chiesa.
Nessuno è obbligato a sposarsi in chiesa, chi vuole farlo deve essere consapevole di ciò che comporta il sacramento del matrimonio e della preparazione necessaria per arrivarci.
Nessuna coppia nasce perfetta, anche se l’innamoramento iniziale sembra offrire le migliori speranze, quello è solo l’inizio di un percorso in salita.
C’è chi consiglia la convivenza come mezzo di verifica di un rapporto che, se risultasse funzionale, potrebbe concludersi con un matrimonio, ma, in realtà essa non verifica niente, se non una situazione di “prova” a tempo determinato a cui manca la profondità di una vera scelta e la donazione reciproca, totale e incondizionata, che sta alla base di un autentico rapporto sponsale.
La scelta della via più facile è fonte di illusioni e di grandi delusioni.
Sempre un grande progetto richiede un grande impegno, in cui il tempo è un elemento importante.
Saper aspettare e intanto lavorare per realizzare la magnifica vocazione che è un dono di Dio destinato a durare tutta la vita…e oltre.
Concretamente, la Chiesa dovrebbe creare una scuola per i nubendi, che proponga un corso di studi formativi e di verifiche regolari, come si fa per chi vuole accedere ad uno stato religioso riconosciuto, alla luce della fede e delle scienze umane che vi sono coinvolte.
Quegli stessi percorsi formativi, che abbiamo visto ampiamente offerti nella Facoltà Teologica a chi vuole occuparsi del matrimonio e della famiglia, dovrebbero, a maggior ragione, essere offerti a quelli che del matrimonio e della famiglia saranno i protagonisti.
Si intuiscono subito le difficoltà: è più facile trovare “sacerdoti, religiosi e laici” che siano disposti ad occuparsi pastoralmente del problema (che evidentemente non è di poco conto) che gli interessati stessi.
Eppure è n gioco la loro felicità, la loro vita e quella dei loro figli!
E’ evidente il pregiudizio per cui l’amore non ha bisogno di insegnamenti e di studi, essendo una cosa “naturale”, ma sappiamo bene che la natura umana è perfettibile e non può fare a meno di tutte le sollecitazioni che le vengono dalla cultura e, soprattutto, dalla guida del suo Creatore.
Quali orizzonti si potrebbero spalancare davanti a due persone innamorate che, insieme, si interroghino e si preparino a capire la volontà di Dio su di loro!

Veramente per chi è docile alla azione dello Spirito Santo e si mette in cammino con Lui si potrebbe rinnovare la terra e trasformare la routine coniugale in una avventura
Di cui solo gli sposi e Dio con loro conoscono il segreto.

Il matrimonio che ritorna

Tutto ritorna…e tutto se ne va
Dovremmo dire piuttosto: tutto se ne va e tutto ritorna, ma non vogliamo mettere l’accento sul momento della mancanza, vogliamo invece sottolineare quello del ritorno.
Noi viviamo di ritorni.
Lo slancio per andare avanti ci viene dalla ricchezza di pensieri e di ricordi che preme alle spalle e ci sospinge a riconoscere una realtà già vissuta e che ancora ci aspetta.
Così ogni passo è preceduto dalla accettazione di una situazione che ci fa restare in piedi, fermi sul già vissuto, ma pronti a superarlo in vista di quello che ci aspetta e già ci appartiene.
Ogni conoscenza parte da una riconoscenza: sì, posso farcela anche questa volta, perché ne ho già fatto in qualche modo esperienza, e questa esperienza è positiva.
Se così non fosse sarei paralizzata, e non saprei dove andare, senza una forza che mi sospinga a procedere.
Invece oggi, primo giorno di primavera, c’è un albero di melo che sta fiorendo sul mio balcone.
Mezzo secolo fa non l’avrei creduto, ma mezzo secolo fa, nella ricchezza dell’età che non conosce i suoi limiti, noi giocavamo a piantumare mezza collina e proprio per l’inizio della primavera, avevamo piantato un albero da fiore, di quelli che al primo tepore di marzo sono tutti una nuvola bianca.
Era stato un mio regalo di compleanno…e poi, un altro anno, era stata la volta di un cedro del Libano, voluto in uno slancio di grandezza per tutta la sua biblica autorevolezza… e poi c’era stato un corniolo, dai petali bianco-rosati…
La felicità di avere un albero che cresce e fiorisce per me, celebrando una ricorrenza importante della mia vita, anzi il mio ingresso in essa è rimasta e ostinatamente viene ancora perseguita, oltre e nonostante gli ostacoli nuovi che si presentano nel tuo cammino .
Così risorge con il primo ramo di un pruno in fiore, con una ventata di ricordi che non teme di lasciar cadere i suoi petali effimeri.
Dicevamo dell’albero di melo da fiore, sproporzionato per un piccolo balcone fatiscente, praticamente una parete sporgente dalla casa, come un corridoio di cielo davanti alla mia finestra.
Bene, lì ci può stare un albero, perché io l’ho visto grande e forte sul pendio di una collina e il suo ricordo mi fornisce l’immagine e l’immaginazione necessaria per dare vita a qualcosa che sa di impossibile.
Perché niente è impossibile se tutto può ritornare, purchè non ci si dimentichi di ricordare e non ci si stanchi di aspettare.
Sappiamo che davanti allo sguardo di Dio tutto è presente, da Lui potremmo imparare per scoprire la felicità del vivere, con tutte le sue sofferenze, per fare ciò dovrei saper rinunciare al mio punto di vista, spesso così limitato e disperato.
“C’è un tempo per nascere e un tempo per morire” è stato detto, ma qui il ritmo non si spezza, con la sua dialettica interna crea un cerchio magico nel quale si può inserire la nostra speranza.
Solo nella liturgia pasquale troviamo quella magica alternanza di espressioni contrastanti: “Ero morto ed ora sono vivo!”
C’è qui un contrasto che travolge le singole affermazioni , ma si impone nonostante tutto come più reale di queste ed è l’unica via che ci dà respiro.
Il tempo è breve , ma denso di significati ed è questa la sua ricchezza che dà un carattere particolare a ciò che ora è, che è già stato e si protende verso il futuro.

Linee per un’icona Trinitaria

E’ la Trinità che forma la coppia a sua immagine e somiglianza, perciò essa sa di infinito.
e scorre come una sorgente inesauribile che proviene da Dio
La Trinità si incarna e sfolgora nella coppia che partecipa del divino e ne ripete il percorso.
Così l’innamoramento corrisponde all’annunciazione: avviene con un colpo d’ala dall’alto e fa scoccare una scintilla di vita.
Questa non è retorica o poesia, questa è esperienza che si ripete ogni giorno sotto i nostri occhi e brilla nel grigiore quotidiano del mondo.
E’ l’inizio di una storia, è il segno che la creazione continua, con la benedizione del suo Creatore che sempre se ne compiace e vuole entrarci di persona, perciò dobbiamo ragionevolmente accettare le sue regole e fidarci, affidarci a Lui come modello e guida.

L’incarnazione divina non è senza sofferenza, il dolore e la morte l’ attendono, così è per la coppia, il suo mescolarsi con Dio non la esonera da tutto questo, ma è sorretta dal suo Creatore in tutto il suo percorso.
La coppia incarna la storia dell’umanità che ferita, ma divina, avanza a fatica verso il suo compimento.

L’amore raddoppia in lei la gioia e il dolore, ma non resisterebbe se un Altro non si mettesse in mezzo a sostenerla.
Dove troverà la forza per sopravvivere a tutte le potature che questa pianta, benchè vigorosa, dovrà sopportare, al gelo di un inverno che sembrerà volerla distruggere, alle prove della siccità e della tempesta?
Eppure c’è già nella coppia, al momento stesso del suo formarsi, il germe di immortalità che la salverà, il segno del divino presente che la fa eterna.
La trama su cui si costruisce la storia dei due amanti è preesistente a loro, ne fa la base e ne sostiene il percorso dandole un fondamento eterno.

Nessun uomo e nessuna donna può inventarsi l’amore, tanto esso li supera e li riveste tutti di una forza nuova, è lo Spirito di Dio, è lo stesso Amore che li muove all’incontro e li riempie di stupore e commozione profonda.

La coppia vera è quella che risponde ad una vocazione nella quale c’è già tutta la forza e la promessa dell’eterno, e sperimenta la gioia e lo sgomento che si accompagnano ad ogni teofania, quando l’uomo si avvicina al divino e se ne lascia sedurre.
Non è certamente l’uomo che può inventare l’amore, è l’Amore di Dio, lo Spirito Santo che rivela e dona l’amore, come raggio di luce che scende dall’alto.
E se l’amore è veramente frutto d’Amore è anche eterno, perché l’eternità è una qualità di Dio Amore.
La nascita della coppia è una forma di incarnazione divina che coinvolge i due sposi, da quel momento essi sono al servizio della vocazione coniugale che hanno sentito e accettato.
Purtroppo molti di loro si stancano di rimanere a questo livello divino e lasciano cadere l’opportunità di perfezione che era stata loro offerta, allora non rimangono che le ceneri di un amore abortito.

Ma c’è chi vuole rimanere fedele alla chiamata e persevera nella vita trinitaria che si è spalancata davanti ai suoi occhi, anche quando lo stato di grazia iniziale non viene risparmiato dalla sofferenza.

Allora più che mai si deve far ricorso allo Spirito, Maestro d’amore, che insegnerà i segreti di una donazione reciproca senza riserve, capace di ricostruire il mistero dell’unità anche là dove si è insinuata la lebbra della divisione.

La coppia che si sente “consacrata” all’amore trinitario si mette spontaneamente alla sua scuola, in atteggiamento di ascolto e per fare ciò ha bisogno di crearsi spazi di silenzio, luoghi e tempi tutti da inventare perché non esiste per lei una regola riconosciuta.

Si deve tracciare le linee di un percorso che presenta continuamente situazioni mutevoli, che non sa che cosa gli accadrà domani, ricco di incognite grazie anche alla presenza di nuove figure familiari, ma che proprio per questo dovrà tenersi fermamente ancorato alla Parola di Gesù, unico rivelatore dell’amore trinitario.
Vivere e diffondere l’immagine di Dio trinità nella umiltà della coppia umana è la grande misteriosa avventura a cui essa è chiamata dagli abissi della Sapienza divina.

Inventiamo il Matrimonio

Abbiamo ricevuto un commento ad una pagina del nostro sito che presentava un testo del dottor Bonomi intitolato: “Maschio o femmina? Guida alla programmazione del sesso”.
Lo riportiamo qui perché il discorso è molto stimolante e può essere introduttivo ad ulteriori osservazioni e discussioni, dice così:

“Ho conosciuto con mia moglie il dottor Bonomi all’epoca.
Ci ha insegnato il metodo e la scelta maschio o femmina? Abbiamo quattro figli scelti: 2 maschi e 2 femmine e fatto l’amore completo nei giorni infecondi.
Esperienza unica!

Mi piace parlarne con chi è seriamente interessato. Perché ne parliamo così poco?”
Perché, saremmo tentati di rispondere, le cose belle non fanno notizia , mentre c’è molto più ascolto per tutto quello che sa di scandalo e di trasgressione, però i germi di vita durano e nel tempo danno i loro frutti spesso senza rumore.
Così è stato per noi che abbiamo sperimentato la forza e la verità del pensiero del dottor Bonomi e così crediamo che avvenga per tante persone che hanno avuto la fortuna di conoscerlo.

Il nostro sito ha proprio lo scopo di richiamarne e diffonderne il messaggio che, fondato su valide conoscenze sessuologiche, ha un profondo significato religioso ed apre ad una visione nuova del matrimonio.
La Chiesa sta ora rivalutando l’amore coniugale, che un tempo era visto solo allo scopo di non bruciare e di generare figli e che ora sta assumendo una dignità nuova, per opera dello Spirito, ma anche di correnti di spiritualità coniugale come quella sostenuta dal dottor Bonomi.

La sua visione, chiaramente e ripetutamente espressa in ambienti sia laici che ecclesiali, era che il matrimonio è uno stato di vita rispondente alla vocazione che sta all’inizio della creazione, il matrimonio è l’ invenzione di Dio per i suoi figli, uno stato religioso, quindi, in cui ci è chiesto di corrispondere ad una volontà divina e di consacrarsi ad essa in coppia.

Che lo si possa vivere felicemente, nonostante le tentazioni e le deviazioni del mondo, è una grazia che Dio concede a chi con intelligenza e con amore gli risponde.
Conoscere i ritmi di fertilità della coppia e viverli con saggezza, volgersi liberamente e generosamente alla generazione e alla scelta dei figli sono la strada, il “metodo” che rende felici gli sposi e porta a perfezione il sacramento del matrimonio .

Lo stato coniugale è dunque uno stato di perfezione, che richiede impegno e dedizione costante ed è caratterizzato dal massimo “ voto” che si può professare: quello dell’amore.
L’aspetto ascetico viene di conseguenza, perché il vero amore sponsale non può essere che povero, casto e ubbidiente e questo sanno molto bene le coppie che ne fanno quotidianamente esperienza.

Come ogni spiritualità, quella coniugale ha il compito di approfondire un aspetto di Dio, essa si qualifica come espressione umana della vita Trinitaria, nella sua pericoresi di amore.
In questo orizzonte la coppia cristiana, fatta ad immagine e somiglianza di Dio, si deve muovere con tutta la trepidazione che suscita il mistero, ma anche con la consapevolezza della sua dignità nel vivere il sacramento primordiale della creazione.

Fino ad ora il matrimonio è stato studiato più che altro dal punto di vista morale, ora è tempo di esaminarlo dal punto di vista teologico, che è quello, anche pastoralmente, più importante, ma per fare questo occorre l’impegno e la partecipazione illuminata e costante di chi celebra ogni giorno questo sacramento, cioè gli sposi stessi, che non possono delegare lo studio teologico del loro stato di vita ad un clero celibatario, che ha avuto e sperimenta un altro tipo di vocazione.

Conoscere e praticare l’amore di Dio in coppia: ecco il compito che gli sposi si dovrebbero assumere per poi rivelarlo al mondo, amare Dio in due, perché Dio non è solo e non ci ha fatti soli, perché l’uomo da solo non potrebbe sapere che cosa vuol dire amare.
La storia di ogni vero matrimonio è la storia della rivelazione di Dio, che si manifesta nei diversi momenti della vita coniugale.

Così la gioia dell’unione sessuale anticipa la misteriosa bellezza dell’unione con Dio, la generazione dei figli rivela la paternità di Dio creatore, la sofferenza e la morte introduce alla passione, morte e risurrezione di Cristo.
La vita coniugale conosce e assapora tutti questi momenti e nel caso della morte trova la premessa per una ricomposizione della coppia ad un livello più alto, in cui si vede anima e corpo ricongiunti e trasfigurati nella luce della resurrezione.
L’attesa della resurrezione colora così la vita di chi è rimasto solo e lo sollecita ad una visione escatologica della realtà.

Chi ha accettato la vocazione al matrimonio, implicitamente, ha anche accettato la possibile vocazione alla temporanea solitudine, quando uno dei due coniugi precede l’altro nell’esperienza di morte.
Il coniuge rimasto dovrà imparare a muoversi nella direzione dell’eternità, appoggiandosi ai ricordi che costituiscono la propria storia per continuare positivamente quello che è stato raggiunto e rimanere aperto in una prospettiva di perfezione.

La domanda non è: “che cosa farebbe lui o lei se fosse ancora qui”, ma che cosa Dio vuole che la coppia faccia nella sua nuova situazione, per manifestare e testimoniare l’amore trinitario.
L’esperienza di amore umano realizzato dalla coppia la autorizza a stabilirsi nell’amore trinitario divino e lì a continuare a celebrare il suo matrimonio, rispondendo coraggiosamente e completamente alla sua vocazione.

Esplorando i cieli e le terre nuove

Si sedettero vicini, sull’erba fresca che ricopriva le sponde del loro fiume.
Era il “loro” fiume, perché tante volte aveva ascoltato il loro interminabile dialogare, a cui faceva da sottofondo lo scorrere calmo delle sue acque.
“Da dove incominciamo?” Si dissero.
Cielo e terra e acqua stavano lì, davanti a loro, in attesa di una nuova interpretazione, e la chiave si trovava in un grande Libro aperto sulle loro ginocchia, che il vento insistentemente sfogliava.
Lei lesse: “In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.
Tutto è stato fatto per mezzo di Lui e senza di Lui niente è stato fatto di ciò che esiste. In Lui era la vita…”
“Hai scelto bene!” disse lui “Questa è la nuova genesi che cercavamo, partiremo da qui per riappropriarci del mondo; se Lui è la vita del mondo, il mondo trova in Lui la sua realtà e la sua consistenza, perciò ci possiamo fidare e costruirci dentro le nostre vite.”
“Vanitas vanitatis et omnia vanitas…” mormorò lei in un soffio, ma anche questa parole del Qoelet le sembravano frutto di vanità.
“Praeter amare Deum et illi solo servire – Imitazione di Cristo-” fece lui tranquillamente di rimando.
“Il mondo è stato sottoposto alla vanità a causa del peccato, come dice San Paolo, ma per chi ama il Dio suo creatore, sopra ogni cosa e in ogni cosa, esso riprende la sua splendida realtà, nella luce della grazia progettuale.
Dunque la creazione, abitata da Cristo, è eterna, come è eterno l’uomo redento, che le restituirà il suo valore originario e la vedrà trasfigurata.
La sua trasfigurazione passa, per ora, attraverso la speranza dei nostri occhi che vedono il già e non ancora, superando così il dramma del tempo.”
“Ma come si fa a fidarsi delle cose che passano, delle persone che passano, anche quelle che fanno parte della tua vita, anche tu che fai parte di me?” Insistette lei con un sospiro.
“Tutto passa, ma tutto si rinnova per mezzo dello Spirito, che è la sorgente della vita” Rispose pazientemente lui.
“sulla terra non è possibile fermarsi, anche se ci sono momenti ( ma solo momenti ) così felici che si vorrebbe costruirci sopra la nostra tenda, come Pietro sul Tabor, ma non ci è ancora concesso, bisogna passare attraverso la croce per arrivare con Cristo alla risurrezione .
Scoprire che tutto qui è polvere, ma che sarà rimodellata dallo Spirito in Cristo nella nuova creazione e allora avrà la solidità dell’eterno.
Sapremo resistere a questa tremenda antinomia? Sapremo guardare con occhi innamorati e nello stesso tempo distaccati la bellezza del creato in attesa di trasfigurarci insieme a lui e come muoveremo i nostri passi in questa visione escatologica?”
“E’ strano” disse lei “solitamente si crede che il mondo attuale sia quello vero, quello solido, e che il cielo sia fatto di nuvole, così, invece, si capovolge la situazione e il giudizio di realtà si sposta sul mondo che ci aspetta.
Forse questa è la vera conversione, la vera metanoia, il voltarsi verso Dio, a volte si è “costretti” a farlo quando Dio ti mette con le spalle al muro, come ha fatto con me: ti toglie le apparenze e allora devi cercare la sostanza.
Probabilmente questa è una grande grazia, in un certo senso mi trovo in una situazione privilegiata, ma devo confessare che mi pesa molto, tanto che a volte mi sembra disumana…”
“Non può essere!” disse lui con forza “Non può essere disumana una situazione che sta sotto lo sguardo del Padre, a cui non sfugge niente delle sue creature, che non dà una pietra a chi gli chiede un pane né un serpente a chi gli chiede un pesce!
Qui ci vuole un’energica cura di speranza, per corroborare la fede e fare spazio all’amore.
Solo così si può ritrovare la gioia, ascoltando ciò che dice Dio al suo popolo…”
Il vento continuava a sfogliare il grosso Libro davanti a loro e si fermò sulla pagina che diceva:
Io sono il Signore tuo Dio, che ti tengo per la destra e ti dico: “Non temere Io ti vengo in aiuto, non temere vermiciattolo di Giacobbe! Io farò scaturire fiumi su brulle colline, fontane in mezzo alle valli; cambierò il deserto in un lago d’acqua ,la terra arida in sorgenti. Pianterò cedri nel deserto, acacie mirti e ulivi, porrò nella steppa cipressi, olmi insieme con abeti…
“Ti basta?” disse lui dolcemente “Ti basta come Paradiso terrestre per viverci insieme?
Se sarà possibile tutta questa fiorente vegetazione, fuori del suo ambiente “naturale”, allora, nel mondo futuro, sarà possibile anche una nostra collocazione diversa da ora, ma certamente migliore.
Pensa a noi come un nuovo Adamo e una nuova Eva, ma senza più il pericolo del serpente, senza animali feroci o serpi velenose, senza più paura che la terra frani sotto i nostri piedi e tutto ritorni in polvere!
Questo è il regno di Dio!
Questo ci è stato insegnato a chiedere fin da quando eravamo bambini nella recita del Padre Nostro.
Docilmente il vento voltò le pagine del Libro fino a che comparve la bella preghiera dei figli di Dio.
Pregarono insieme, con tutta la forza della loro speranza, che ora più che mai strettamente li univa:
“Padre nostro che sei nei cieli,
venga il tuo Regno,
come in cielo così in terra!”

Cieli e terre nuove

Erano le belle giornate dell’autunno.
Il cielo non era mai stato così azzurro e la terra così dolcemente protesa a godere gli ultimi raggi del sole.
La natura è più tenera in questa stagione, come esausta dal caldo abbraccio dell’estate e stilla dolcezza con i grappoli che maturano sulle vigne già ingiallite e i fichi che resistono sui rami perché tu li scopra e li colga come ultimo suo dono, ma c’è dentro a tutto questo anche un sottile annuncio di fine, un presagio di buio e di freddo che si profila all’orizzonte e si chiama inverno.
“Riuscirò a superare questo inverno?”
Si domandava lei prevedendo le complicazioni di salute che spesso si facevano sentire nella fredda stagione.
“Ma che cosa significa poi superare l’inverno? Ci sono tanti modi per farlo” pensava “ C’è quello degli animali che vanno in letargo e quindi non lo vedono neppure, mentre gli altri si organizzano per sopportarlo nel modo migliore e per sopravvivere, c’è il metodo degli alberi che si spogliano di tutte le loro foglie, tanto da sembrare morti, e poi, in primavera, si risvegliano pieni di gemme, oppure quello dei semplici fiori dei campi che, prima di scomparire nelle nebbie invernali, lasciano cadere sulla terra una quantità di semi tale da farli ricomparire moltiplicati nella stagione successiva.”
“E tu a quali di questi modelli pensi di voler appartenere?”
Chiese lui prendendola per mano e aiutandola così a passare dai sentieri pericolosi delle sue solitarie elocubrazioni alla più sicura strada maestra della fede.
“Non so” rispose lei pensierosa “ se potessi scegliere credo che vorrei essere un albero, che affonda le sue radici nella terra buona e si lascia guidare da lei per seguire i suoi tempi e i suoi ritmi.”
“Ecco la nostra madre terra” fece eco lui “la quale, come dice Francesco ne sustenta et governa et produce diversi frutti con coloriti fiori et erba…
Questa non è solo poesia, è verità che si ammanta di bellezza: la terra madre nel suo grembo porta tutti i germi di speranza.
Vuoi dunque fidarti di lei?
“Non tradisce mai come una vera madre, ti nutre ma anche ti governa, ti guida indicandoti la strada.
I fiori e le erbe con il loro profumo sono come un segno di amicizia e di affetto che ci viene direttamente da Chi li ha creati, forse per questa loro trasparenza mi sono sempre stati cari.
Mi è sempre piaciuto coltivarli e lavorare la terra, sentirla tra le mani, sbriciolarla tra le dita come fanno i bambini con la sabbia, sentirne la morbidezza e il profumo quando viene bagnata dalla pioggia!”
Lei sorrise pensando alle sue scarpe infangate, quando ritornava dall’orto, che lasciavano il segno sul pavimento di casa.
“Mi mancano tanto!” disse “e tutta la bellezza della terra, che ancora mi commuove, è ormai come velata da un’ombra di impermanenza, dal sospetto di una fragile illusione destinata a passare.”
“Ma non è così!” disse lui con forza “Ora dobbiamo ricostruire tutta la nostra fiducia di terrestri su basi più solide della nostra passata esperienza!
Questo vuol dire non accontentarci dell’apparente, del velo di Maia che può sempre essere strappato; vogliamo costruire sulla roccia e la roccia unica e vera è per noi Gesù Cristo.
Lui ha voluto entrare nella nostra storia, ha sperimentato e gustato come noi la vita sulla terra, con i suoi giorni e le sue notti, le sue piante e i suoi animali, nel bene e nel male, tanto da arrivare a conoscere perfino quello che è il destino di ogni uomo: la morte, ma poi è risorto!
Ecco la nostra salvezza.
Se Lui non fosse risorto, dice Paolo, noi saremmo i più infelici di tutti gli uomini, invece siamo i più felici perché possiamo partecipare della sua morte e della sua resurrezione.
Su quella possiamo costruire la nostra vita, sia terrena che celeste e, se è fondamentale seguire il nostro Maestro per vivere bene, lo è ancor più per avere attraverso Lui una visione escatologica.
Facciamo così: io e te saremo i suoi discepoli, mettiamoci al posto dei due discepoli di Emmaus ( che non è detto fossero due uomini, potrebbero anche essere marito e moglie, come siamo noi) e, mentre camminiamo insieme, ci arrovelliamo per i nostri insolubili problemi…ecco che arriverà Lui e ci illuminerà la mente e il cuore, facendo le cose più comuni.

Intanto camminerà con noi.
E’ molto bello camminare, non si può immaginare una eternità immobile.
Gesù risorto non si è mostrato come un’immobile icona, e neppure volava, camminava semplicemente come noi sulla terra, anche se passava attraverso le porte chiuse.
E poi è entrato in una casa, come può essere la nostra, si è seduto come un commensale a una tavola apparecchiata.
Non una sola volta abbiamo visto Gesù risorto mangiare, lo ha fatto a Emmaus, ma anche davanti ai suoi discepoli, ai quali è comparso mentre erano a tavola, e ha chiesto addirittura qualcosa da mangiare per dimostrare che era proprio Lui e non un fantasma.
Quel pezzo di pesce arrostito, che ha preso e mangiato alla presenza dei discepoli stupefatti, ci deve consolare più di tutti i trattati di teologia sui novissimi.
Dunque c’è una convivialità che ci aspetta; in questo modo, da questo semplici gesti, si ricostruisce intorno al Cristo un ambiente di vita che, se è segnata dallo splendore nuovo della risurrezione, nello stesso tempo è la continuazione e il coronamento di un mondo creato e mai abbandonato.
Dio ha tanto amato il mondo da mandare a salvarlo il suo figlio, che ne è divenuto parte!
L’incarnazione è la garanzia della salvezza dell’uomo, ma anche di tutto il mondo in cui ci muoviamo, perché il nostro mondo è diventato il suo mondo e sta aspettando con impazienza il suo ritorno.
Anch’esso geme, come te, nell’attesa.
Geme perché è segnato da un marchio di peccato e di precarietà che turba la natura stessa, la quale non può affermarsi nella sua bontà creaturale.
Ma noi proviamo a guardarla con lo sguardo stesso di Dio!”
Provarono, e videro che le foglie d’autunno, bellissime, che si stendevano sotto i loro piedi, andavano a formare alimento per la loro pianta di origine.
Videro il sole giocare con le nubi, alternandosi nel dominio del cielo, per bagnare e riscaldare la terra dandole vita.
Videro le antiche torri cadere e gli uomini ricostruirle sotto forma di grattaceli.
Videro nascere sulla terra ogni giorno bambini nuovi e li videro rinascere ogni giorno in cielo, sazi di giorni.
Videro i cieli aperti e gli angeli salire e scendere tra la terra e il cielo, per assicurare il misterioso legame che li univa…
Lei era un po’ smarrita e un po’ felice, lui era sempre più luminoso.

Fratello fuoco

Non era mai stata molto brava ad accendere il fuoco nel piccolo camino della loro casa in collina.
L’aveva fortemente voluto, perché da sempre simbolo di intimità e di calore, ma farlo funzionare era tutto un altro discorso!
Eppure ci si metteva di impegno.
Sovrapponeva con cura prima i legnetti più sottili e secchi, poi quelli più grossi, vicini ma non troppo, perché ci potesse passare l’aria, poi dava fuoco al tutto e soffiava, ma quasi sempre il tutto si spegneva miseramente riempiendo di fumo la stanza.
Ci voleva la mano di lui: vi piazzava dei grossi legni, presi dalla legnaia, che lei avrebbe giurato non si sarebbero mai accesi, e invece con poche sollecitazioni si lasciavano convincere a farsi lambire dalla fiamma e poi ad ardere fino a diventare incandescenti.
Questione di pratica, ma anche di fiducia: credere, senza troppa ansia, che il fuoco non si spegnerà, perché è fatto per divampare e aspettare che ciò avvenga.
“Laudato si mi Signore per frate focu”
Le suggerì lui, inserendosi nei suoi pensieri, davanti al caminetto che nessuno ormai più accendeva.
“ Frate focu è bello e robustoso e forte, riscalda il cuore ed illumina la mente.
Proprio quello di cui hai bisogno tu, qualcosa che ti riscaldi il cuore e metta in movimento la vita che porti dentro ed è come intorpidita.
Fare ardere il cuore! E’ più difficile che accendere il fuoco nel camino, ci vuole il soffio speciale dello Spirito, come quello che investì i discepoli di Emmaus, quando sentirono, dal loro cuore che ardeva, che Lui era vivo e presente in mezzo a loro e ripresero a credere e a vivere insieme a Lui.
E poi bisogna diffonderlo il fuoco, altrimenti che fuoco sarebbe se non fosse in grado di propagarsi e suscitare altri incendi?
Vedi? Nella Comunione dei Santi, in cielo e in terra, si verifica proprio questo: un incendio di amore che si propaga da un’anima all’altra, da un cuore all’altro, in una dimensione che è destinata ad allargarsi, nel tempo e nello spazio fino al Paradiso.
A questo fuoco si può riscaldare chi si è intiepidito e la fiamma di chi ti è più amico ti riscalda di più.
Senti come è viva la mia fiamma e come è felice di brillare vicino a te, tanto da unirci in un solo luminoso abbraccio!
Devi imparare a vivere questa realtà, che sfugge agli occhi di più, devi esercitarti a riconoscerla e a goderne, sviluppando e affinando, nel silenzio e nell’ascolto, i nostri sensi spirituali.
“Beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché sentono!”
Gesù, sulla terra, è stato bravissimo a guarire i ciechi e i sordi.
Ha aperto gli occhi e le orecchie a chi glielo chiedeva con fede.
Ora sembra che si abbia paura a chiedere, eppure è il rapporto più naturale che un figlio possa avere verso il proprio padre, quello che gli fa chiedere aiuto e la gioia del padre è quella di soccorrerlo.
Chiediamo insieme con insistenza di essere illuminati sulla Comunione dei Santi, di “vederla” nelle sue manifestazioni di misteriosa realtà.
Credi con forza nella sua verità e chiedi con forza di esserne partecipe.”
“Non ne sono capace!” disse lei triste.
“Non sai quante volte ho provato a cercare, al di là delle cose visibili, quelle invisibili.
La faccia della mia vicina di casa, che non conosco più di tanto, mi risulta più reale dei volti di coloro che amo e che non vedo.
La Comunione dei Santi è una realtà che mi attira, ma rimane per me un sogno pieno di nostalgia.”
“E’ già qualche cosa” disse lui conciliante “ma questo è solo l’inizio e certo non riuscirai da sola a raggiungerne la piena consapevolezza, occorre un lavoro di squadra: tu, io e lo Spirito Santo.
Chi sarà più bravo? Certamente lo Spirito, ma anch’io posso far la mia parte, e tu la tua.
Pensa che la Trasfigurazione, là, sul monte Tabor, non è stata altro che la manifestazione improvvisa e folgorante di una realtà solitamente nascosta ai nostri occhi.
Anche a Pietro, che ne era rimasto incantato, non è stato concesso di continuarla.
Bisogna prima passare attraverso la morte.
Credi tu che io sono in questa realtà luminosa che ti aspetta, anche se rimane velata?
Senti che cosa fa dire Cicerone al re Ciro, vicino a morire, per consolare i suoi figli:
“Neppure quando ero con voi vedevate la mia anima, ma capivate che essa era in questo corpo dalle cose che facevo. E dunque credete che la medesima anima esista anche se non la vedrete affatto”
E siamo tra pagani che non conoscevano ancora Cristo!
Dobbiamo educarci a scoprire questo commercio di anime che ci circonda e a riconoscerle dalle cose buone che fanno per noi.
L’arma formidabile è la preghiera, non quella fatta di parole, ma quella che ci apre il cuore a Dio, che non chiede altro che entrarvi.
Lì devi dargli spesso appuntamento e vedrai che insieme a Lui ci sono anche tutti i suoi Santi.
E io rivendico il diritto di entrarvi per primo, perché so che lì tu mi aspetti.
Il tuo cuore a poco a poco si allargherà, forse ti farà un po’ male, ma ogni preghiera, ogni slancio di amore, servirà ad alimentare un fuoco che arde e non si spegne, illumina e riscalda.
Proprio come il fuoco del nostro camino, proviamo ad accenderlo insieme?”

Sorella acqua

La pioggia batteva con impeto contro i vetri della finestra.
“Li ho appena lavati!”
Si disse lei con rammarico.
Fuori però le foglie nuove degli alberi brillavano lucide e fresche, incuranti dei rivoli d’acqua che le percorrevano, anzi risultavano esserne rinvigorite e più belle.
Certo la natura è forte!
Ha dentro tutta una dinamica di contrasti e di lotta che sembrano distruggerla, ma alla fine risulta sempre vincitrice.
Come diceva Francesco?
“Laudato si mi Signore per sora aqua, la quale è molto utile et humile et preziosa et casta !”
E’ significativo che il primo aggettivo usato sia quello di “utile”: una indicazione esatta, ma che può sembrare in contrasto con certe situazioni drammatiche in cui l’acqua è la terribile protagonista.
“Le grandi acque!” disse lui prendendola per mano e portandola velocemente al di sopra delle nuvole, da dove la pioggia si rovesciava sulla terra senza pietà.
“Le grandi acque non possono spegnere l’amore, né i fiumi travolgerlo, perché l’amore è fuoco che viene da Dio e dunque non ci fanno paura, non è vero?
Ma sorella acqua è insostituibile e fondamentale per la vita.
È da lei che la vita nasce, come possiamo non celebrarla, noi che ci amiamo?
L’acqua viva, limpida come cristallo, che scaturisce dal trono di Dio e dell’Agnello nella Gerusalemme celeste.
L’acqua che è linfa vitale di tutti i viventi, uomini animali e piante…
Dovremmo usarla come un sacramento che simboleggia, rivela e distribuisce la grazia di Dio nel mondo che ne ha sete.
Che cosa magnifica è, per noi cristiani, la nascita dall’ acqua battesimale!”
“Peccato che avvenga quando il bambino non capisce” disse lei “e che si faccia uno senza l’altro perché non ci si conosce ancora!”
“Sì, ma è solo l’inizio” la rassicurò lui “La vita sulla terra è solo l’inizio, la prova di quella vera, quella eterna.
Ti prometto che il nostro battesimo sarà solenne, quando ci sarà permesso di vivere pienamente insieme, quando ci sarà la rivelazione, la vera apocalisse, e noi staremo ritti su un mare di cristallo, davanti a Dio e ai suoi angeli, avvolti in candide vesti , con una corona d’oro sul capo, e saremo scritti insieme sul libro della vita!
Per ora, sulla terra, si può solo gustare la presenza dell’acqua “ molto utile et humile et preziosa et casta”come preparazione a quella del cielo.
Terra ed acqua sono gli elementi originari che Dio ha separato quando è iniziata la grande avventura del mondo e anche ora formano la base del nostro ambiente, ma l’acqua è la più viva: penetra tutto e ha il potere di animare la natura, non per niente è simbolo dello Spirito.
Vieni!” le disse “ti farò vedere come ci si può abbeverare alla fonte della vita, quella che gli uomini hanno sempre vagheggiato come la sorgente dell’eterna giovinezza ed è, in realtà, la fonte della vita eterna.
Chi beve di quell’acqua non avrà più sete ed essa diventerà in lui, a sua volta, una sorgente che zampillerà per la vita eterna.”
“Non credo di aver mai provato veramente la fame” disse lei “ma la sete sì.
In certe occasioni, quando la possibilità di bere era lontana nel tempo e nello spazio e la calura incombeva…
Allora ti sembra che tutta la felicità sia nell’appagamento di quel bisogno e la mente si lancia a pregustarne la soddisfazione.
Ma ci sono anche momenti in cui l’arsura è interiore e la sete di Dio è tanto forte che invoca un refrigerio, fosse pure la goccia che può venire dal dito di Lazzaro…”
“E il vero refrigerio sta nella Parola di Dio!” disse lui.
“Se stiamo ben vicini al Maestro, che ci parla in mille modi e situazioni diverse, se chiediamo a Lui da bere e ci lasciamo bagnare, inzuppare fino alle ossa, dalla sua Parola, lì troveremo il nostro nutrimento e la pace.
“Come il deserto”dice Chiara Lubich “fiorisce solo dopo una pioggia abbondante, così i semi sepolti in noi col battesimo possono germogliare solo se irrorati dalla Parola di Dio.
E la pianta cresce, mette nuovi germogli e prende la forma di un albero o di un bellissimo fiore.
E tutto questo perché riceve l’acqua viva della Parola che suscita la vita e la mantiene per l’eternità.”
E poi c’è anche un’altra intuizione di Chiara, che mi sembra si rivolga proprio a noi.
Eccola:
“E c’è anche un altro segreto, che Gesù ci ha rivelato, una specie di pozzo senza fondo a cui attingere.
Quando due o tre si uniscono nel suo nome, amandosi dello stesso suo amore, Lui è in mezzo a loro.
Ed è allora che ci sentiamo liberi, uno, e torrenti di acqua viva sgorgano dal nostro seno.
E’ la promessa di Gesù che si avvera perché è da Lui stesso, presente in mezzo a noi, che zampilla acqua che disseta per l’eternità.”
“E’ molto bello!”disse lei “e quel pozzo senza fondo, che si potenzia e si arricchisce nell’incontro di due persone che vi si dissetano insieme rimanda a quell’esperienza forte che noi sposi possiamo continuamente fare ogni volta che attingiamo insieme alla Parola di Dio.
Veramente la Parola di Dio ha un sapore particolare quando la si ricerca in coppia!”
“Ecco” disse lui “ecco la nostra ricchezza che nessuno ci può togliere: quello che io trovo in Dio passa spontaneamente in te e viceversa.
Credo che in questo senso ci sia tutta una teologia del matrimonio da scoprire e da godere.
Anche adesso, che siamo in situazioni diverse, lo Spirito fa da ponte tra la terra e il cielo, tra te e me e ci alimenta con un’acqua che è veramente preziosa e casta.
E’ preziosa perché non ha prezzo e casta perché si inserisce nel nostro rapporto trasformandolo da umano in divino.
Lascia che ti faccia il panegirico della castità coniugale.
Sai che è sempre stato il mio cavallo di battaglia quando parlavo ai fidanzati e agli sposi.
La mia prima preoccupazione era di sgomberare il campo dai pregiudizi che lo occupano arbitrariamente.
Che cos’è infatti la castità giustamente intesa se non l’uso corretto, adeguato, felice, della sessualità, come espressione cardine del nostro modo di relazionarci agli altri?
E quale relazione è più vera, più profonda, più coinvolgente di quella che si attua nel matrimonio attraverso il corpo?
E’ così spesso fraintesa la castità!
Se cerchi sul dizionario la definizione di casto trovi: “chi si estranea da pensieri e piaceri sensuali” e si passa subito ad indicare la castità come legata al voto di celibato.
Associare la castità alla sessualità pienamente vissuta nella vita matrimoniale è ancora spesso un’operazione sospetta.
La gioia della carne si associa negativamente ai piaceri della carne e, nel dubbio, si preferisce evitare!
Più interessante è il termine greco, da cui deriva quello latino e italiano.
Il termine greco “kazaròs” trova delle indicazioni molto più positive, vuol dire essenzialmente puro, ma anche pulito, libero, innocente, sincero, onesto, tutte qualità che caratterizzano un vero rapporto d’amore.
Dovremmo portare alla luce tutto questo e poi aggiungerci la grazia dello stato.
Quella compiacenza di Dio nei confronti degli sposi. quel suo darsi da fare perché l’uomo non sia solo, quel procurare il vino che dà gioia alle nozze di Cana, quel suo proporsi come sposo dell’anima, quel promettere un banchetto nuziale nel Regno di Dio, non dovrebbero lasciare dubbi su ciò che il Signore pensa della vita di coppia.
Ti do appuntamento su ogni passo del vangelo che lo riveli, vedrai che sono più di quanto pensi.
Vedi? Ora la pioggia è finita, l’acquazzone, che sembrava così impetuoso, si è calmato e la natura si è ricomposta, sazia d’acqua e più bella, per asciugarsi e riscaldarsi al sole.
Così le nostre vite, intrecciate nell’attesa.

Ci fu un vento impetuoso

Si levò, improvviso, nel giardino, un turbine di vento.
Prima il cielo era tutto sereno, le foglie nuove degli alberi ferme, come fossero dipinte, le erbe e i fiori primaverili calmi, nel prato, in una tranquilla sinfonia di colori e di profumi, ma, con l’apparire di una grossa nuvola grigia, tutto fu sconvolto in breve da una forza invisibile e potente.
L’aria si fece scura e, sotto la sferza del vento, i rami si agitarono come impazziti mentre le erbe si chinavano come per difendersi al suo passaggio.
Lei si guardava intorno sgomenta.
“Non devi aver paura!”
Le sussurrò lui alle sue spalle.
“Questo vento non è per distruggere, ma per dare la vita e fecondare la terra.
Proprio come fa lo Spirito, che dà la vita anche quando sconvolge la nostra cara quotidianità.
Che cosa faremmo noi se tutto fosse immobile?
La vita è movimento e non è detto che sia sempre come piacerebbe a noi…
Attenta!”
Un ramo secco cadde con fragore ai loro piedi e la fece sussultare.
“Vedi? Così, spesso, la natura provvede a potare le piante e a pulire il terreno.
Il vento soffia sulle foglie secche dell’autunno e le fa volare lontano per fare spazio alle erbe nuove.
Questo ci insegna tante cose, se vogliamo fare attenzione.
Ci insegna a liberarci senza esitazione da tutto quello che può essere di impedimento a crescere e a rinnovarci, insomma ci insegna il distacco…So che non è il tuo forte, spesso può essere doloroso e spaventarci come l’urlo del vento, ma, una volta di più, ci vuole forza e fiducia in ciò che provvidenzialmente accade dentro e fuori di noi.
L’ascetica non è più di moda, ma è fondamentale per aiutarci a maturare, anche se può farci soffrire.”
“Io conosco una funzione del vento più simpatica” Intervenne lei propensa a cambiare argomento.
“So che il vento trasporta i pollini e i semi diffondendo la vita nella sua forma inìziale e li sparge sul mondo.
Ricordo il divertimento dei bambini alla ricerca dei “soffioni”, di quelle leggere sfere di semi da disperdere nell’aria con un soffio, e lo spettacolo della discesa a spirale dei semi del tiglio a guisa di piccoli elicotteri in volo.
Non è avara la natura a diffondere la vita, anzi lo fa con una sovrabbondanza che stupisce la nostra piccola mente!”
“La semina è abbondante, la raccolta dipende spesso da noi”aggiunse lui “Il vento è immagine dello Spirito che passa sul creato fortiter et suaviter e lo trasforma da caos in cosmos, abitato e animato da Dio.
Dio, sostegno del mondo, Dio, che per mezzo degli elementi, dà “sustentamento” alle sue creature!
Pensava a questo Francesco quando, nel suo cantico-preghiera, lodava frate vento e “l’aere et nubilo et sereno et omne tempo per lo quale alle tue creature dai sostentamento!”
Certo, a noi piace il sereno piuttosto che le nuvole, ma ogni tempo è necessario; bello è pensare che c’è un Padre che ci sostiene e ci nutre e, con noi, tutto il creato.
Bello è il vento, che accarezza le alte erbe dei prati e le fa ondeggiare, come le onde del mare, che sposta le dune nel deserto e sostiene le ali degli uccelli migratori…
Che cosa c’è di più forte e più delicato?
Sradica gli alberi e diffonde i richiami profumati per le api e le farfalle, urla e mormora, penetra e avvolge, arriva all’improvviso e non si sa da dove venga e dove vada…”
E, in quel momento un improvviso colpo di vento sollevò sulle sue ali la coppia che, abbracciata e leggera, come in un dipinto di Chagall, si trovò a volare su strani paesaggi.
Sotto di loro passavano in rapida successione la scene e i momenti più importanti della loro vita: si rividero bambini stupiti, poi adolescenti inquieti, poi giovani impegnati e adulti senza riposo.
Si videro anziani fermi e pensierosi…
Intorno a loro sembrava che anche a natura cambiasse aspetto e si trasformasse di volta in volta da una magica foresta tutta da esplorare in un giardino ben coltivato e poi in un luogo ricco di frutti, pendenti da alberi rigogliosi, abitati da uccelli canori, che poi scomparivano, lasciando solo dei rami spogli e secchi, disegnati sullo sfondo di un cielo sempre più luminoso.
“Che cosa significa tutto questo?”
Chiese lei, stringendosi più forte a lui, mentre il vento si era quietato, mutandosi in una brezza leggera come una carezza.
“Significa” rispose “che noi, come tutto l’universo, siamo abitati dal soffio di Dio, che ci anima e ci guida.
La nostra storia è una manifestazione del suo Spirito, che noi viviamo spesso senza rendercene pienamente conto, ma le cose future, che ancora ci aspettano non le conosciamo se non come promessa, e Dio è fedele nelle sue promesse.
Significa che il nostro passaggio sulla terra, al di là delle apparenze, è sempre un percorso pedagogico, che ci trasforma da umani in divini e ci prepara a rivelazioni ed esperienze superiori.
Significa che dobbiamo rimanere come bambini pronti a partecipare con gioia e stupore al gioco nuovo che ogni giorno lo Spirito ci propone, rompendo ogni nostro schema precostituito, come liberi figli di Dio.”