Archivi per la categoria ‘Amore e …’

L’amore e le nozze nell’arte

Per illustrare il tema delle nozze abbiamo scelto una delle tante opere che Chagall ha composto sull’argomento, da lui particolarmente e profondamente amato.

Nell’immagine che qui ci si presenta i due sposi manifestano la gioia di vivere nell’affettuosa tenerezza che li lega.

Come sempre, in Chagall, sogno e realtà si mescolano in un flusso continuo e armonioso.

Vediamo qui lo sposo che si rivolge dolcemente alla bianca figura della sposa, ambedue volano serenamente quasi adagiati su di un gallo che, simbolicamente, con il suo canto, annuncia il giorno che verrà e sconfiggerà il buio che si trova sulla destra.

La loro unione è quindi presagio di vita, espressa anche dal bambino disegnato accanto a loro.

Le immagini si proiettano su di un luminoso sfondo, non solo personale, ma della società intera, concretizzata nel villaggio sottostante.

Dell’impegno assunto di vivere semplicemente insieme, danzando il loro amore, fa fede la capanna che si intravede nel quadro.

Un sole fiammeggiante trasmette speranza e colore, mentre il violino esprime la sinfonia della vita vissuta nella fedeltà e nel dono reciproco.

Tutto l’insieme introduce felicemente lo spettatore nell’anima stessa di Chagall, che portava in sé tutte le ricchezze della tradizione russa ed ebraica.

Nella grandezza del suo personalissimo genio, egli aveva assorbito molto della cultura religiosa e figurativa dell’ortodossia cristiana, con particolare riguardo all’icona che aveva fatto propria.

L’icona, che è stata definita: “Una finestra sul mistero dell’uomo e del mondo, una scala di preghiera,un bastone per un cammino di fede.”


L’amore e la direzione spirituale

Nella vita spirituale la più consolidata tradizione afferma che ogni persona seriamente impegnata nella ricerca di Dio ha bisogno di qualcuno che lo sostenga e lo affianchi.
Un tempo si parlava molto di direzione spirituale: ad essa la prudenza cristiana insegnava a ricorrere, specialmente nei momenti decisivi della propria vita, ma, in generale, tutte le volte che la volontà di Dio ha bisogno di un volto e di una voce umana che la interpreti e la trasmetta.
Ora si parla più volentieri di accompagnamento spirituale, con una espressone che meglio si addice ad una visione moderna, contraria ad ogni dipendenza ed autoritarismo.
Sta di fatto che questa esigenza di una guida, di un sostegno, di un confronto e un consiglio nella esperienza religiosa, che, quando è sincera e impegnata, non è mai completamente tranquilla, richiede la presenza, forte e benevola, di un’altra persona che la tradizione ci ha abituati a chiamare “padre”.
E’ vero, la figura paterna è oggi in crisi, per tanti motivi che tutti conosciamo, ma, forse anche per questo, la richiesta di qualcuno  che possa aiutarci a crescere offrendoci la sua saggezza e il suo amore è più che mai attuale.
Ora, nella vita coniugale, i due sposi sono nella situazione ottimale per esercitare reciprocamente la delicata funzione di direzione e di accompagnamento.
Si tratta di due persone adulte, che stanno una di fronte all’altra, consapevoli di avere liberamente scelto di affidarsi l’uno all’altro, in una condivisa ricerca di felicità e di bene, e di essere responsabili l’uno dell’altro.
E’ dunque logico e naturale che cerchino ed offrano un aiuto reciproco che sia adeguato alla loro particolare relazione d’amore.
“Alter alterius onera portate” : diventa un imperativo a cui non è possibile sottrarsi, in una autentica ricerca di comunione a tutti i livelli, fisica, psichica e spirituale.
Una volta riconosciuta l’importanza di tale funzione, resta da esaminare seriamente se essa è possibile, opportuna,efficace , tra le due persone così emotivamente coinvolte quali sono i due sposi.
Ci rendiamo conto che l’impresa non è facile: certamente si richiede maturità ed equilibrio, come del resto in ogni caso di direzione spirituale, ma qui in particolare si richiede una grande purificazione del proprio egoismo e dei propri pregiudizi.
Il rischio è di considerare l’altro in funzione di sé, oppure di non essere capaci di superare i condizionamenti che la situazione matrimoniale comporta.
Per questo si deve far ricorso alle virtù necessarie ad ogni guida spirituale: l’umiltà, la dimenticanza di sé, la prudenza…e la preghiera.
La preghiera deve essere veramente la grande risorsa della coppia.
Per essa si invoca e si accoglie la presenza e l’assistenza dello Spirito, che è il grande Maestro della vita interiore, che conosce tutti i segreti delle menti e dei cuori ed ha fondamentalmente la capacità di illuminare e guidare.
Non è inopportuno parlare qui di generazione, come ne parla San Paolo: l’uno può essere spiritualmente padre e madre dell’altro perché lo introduce ad una vita nuova, gli dà un nome nuovo, quello che da sempre Dio gli ha preparato nell’ambito della coppia.
Le due persone sanno che deve accadere qualcosa di unico in loro e per loro: la vita stessa della Trinità chiederà loro il permesso di agire di esprimersi e di rivelarsi al mondo.
Davanti a una così grande responsabilità il compito di aiutarsi e di guidarsi non può essere trascurato né demandato ad altri.
Non si tratta certo di rifiutare l’aiuto e il consiglio che la Chiesa può offrire attraverso i suoi sacerdoti o curatori di anime, ma non sono questi a dover rispondere davanti a Dio della vocazione coniugale di una coppia.
Essa stessa, divenuta finalmente adulta, deve imparare ad utilizzare consapevolmente e pienamente quel Sacramento che l’ha fondata, che il mondo non conosce e che attende ancora di rivelarsi attraverso coloro che a tale scopo ha consacrato.

L’amore e la vocazione parmanente

Tendiamo spesso a considerare la vocazione come una chiamata che, a un certo punto della nostra vita, interviene e ci fa capire qual è la strada che ci viene richiesto di percorrere.
E’ importante essere pronti a rispondervi,  per potersi veramente realizzare.
C’è chi si rammarica per tutta la vita per aver tradito o sbagliato vocazione, c’è invece chi procede sicuro per la strada intrapresa, e c’è anche chi ha scoperto che la chiamata non è mai finita ed è sempre in corso di aggiornamento.
E’ quanto sperimentano le persone che sono impegnate a fondo nella vita matrimoniale e ne accettano le condizioni.
Esse hanno capito che un matrimonio felice è un’opera d’arte in continua costruzione, che richiede un’enorme quantitativo di volontà di bene, ma anche una buona dose di intelligenza, senza della quale è sempre a rischio di fallimento.
Non basta un amore generico: perché la coppia cresca e sia forte e sana, come un bambino felice, bisogna che ognuno dei due accetti di guardare all’altro come l’elemento essenziale della sua personale maturazione vocazionale.
E’ attraverso l’altro che passa la propria vocazione, la volontà di Dio su di noi, che ci richiede continuamente di liberarci dei nostri pregiudizi, anche di quelli più radicati, di rinnegare noi stessi per fare spazio all’altro.
L’altro, per i due sposi, non è un prossimo generico, è una persona ben precisa, che sta davanti a me giorno e notte e chiede delle risposte ben precise, opportune e importune.
Un matrimonio riesce se i due decidono di stare al gioco e di giocare bene, dicevamo, con intelligenza.
E’ una grande avventura, nessuno sa veramente dove lo porterà, ma certamente l’aiuterà a crescere e a raggiungere mete che non avrebbe mai sognato.
Ogni uomo infatti è un mondo di risorse inesplorate, come il suo cervello.
L’amore può farle venire alla luce e dar vita a imprevedibili ricchezze, solo l’amore, tenero e forte, che non si arrende davanti a delusioni e sconfitte, ma resiste, sostenuto dalla sua fiducia che è anche fede, perché crede in Dio, che è un’immensa riserva di bene, crede nell’altro, che gli si è rivelato al momento dell’incontro come portatore del suo bene; crede in se stesso, nella sua capacità di rispondere a ciò che gli viene richiesto, ogni giorno, senza pentimenti.
Sembrerebbe una grossa fatica, e lo è veramente, ma ha anche dei grossi riscontri di felicità, perché, nel matrimonio, il gioco è reciproco e ciò che si dà si riceve centuplicato.
Essenziale, in questo gioco, è essere intelligenti, saper “intus legere”, guardare dentro all’altro per vedere ciò di cui ha veramente bisogno per crescere e per realizzare insieme, in modo ottimale, quel “noi” che la coppia si è impegnata a diventare davanti a Dio .
La sorpresa, e la ricompensa, sarà quella di scoprire che alla fine le esigenze dell’uno sono diventate anche le esigenze dell’altro e ciascuno si sentirà arricchito e rafforzato nella sua personalità.
Nessuno dei due rimpiangerà la fatica de lavoro compiuto, anche perchè si renderà conto che questo non è mai del tutto compiuto, l’orizzonte si allarga durante la salta e il vento dello Spirito sospinge e sostiene chi è in cammino.

L’amore e gli abbracci

Sembrerebbe superfluo parlare dell’importanza dell’abbraccio, come elemento forte di comunicazione, oggi, in una società estroversa e permissiva come la nostra, quando ogni giorno abbiamo sott’occhio abbracci di tutti i generi, da quelli sfegatati dei calciatori che hanno vinto una partita, a quelli ipocriti dei politici in cerca di consenso,a quelli più propriamente erotici che si sprecano in ogni spettacolo televisivo.
Ma non è di questi che vogliamo parlare, pensiamo invece coerentemente al nostro tema di fondo, cioè l’amore coniugale, a quelli che devono alimentare la vita di coppia.
Anche qui la cosa sembrerebbe ovvia, e invece non lo è.
Qualcuno dice: è questione di temperamento, è questione di abitudine…
Dopo gli slanci dei primi tempi, l’amore, anche quando rimane, non ha più bisogno di simili manifestazioni.
Quasi ci si vergogna, specialmente a una certa età, di mostrarsi ancora in atteggiamenti ed effusioni che sono propri dei giovani innamorati.
A parte il fatto che l’amore di due sposi ha come qualità essenziale la capacità di rinnovarsi continuamente, ritornando a quei valori che hanno costituito l’attrattiva del loro primo incontro, cioè di “innamorarsi di nuovo”, dovrebbe essere chiaro che il loro rapporto ha bisogno, come ogni forma di vita, di essere alimentato.
Ora l’abbraccio è una forma di incontro che ha proprio queste qualità nutrienti e tonificanti.
Ma quale abbraccio?
Non quello che si può dare salutandosi, quando si esce di casa o ritornando dal lavoro, (anche se non è da trascurare), ma quello preparato da una serie di elementi propedeutici.
Il primo di questi è lo sguardo: si abbraccia l’altro prima di tutto con lo sguardo quando lo si “vede” e lo si coglie con tutta quella affettuosa compiacenza che lo distacca, lo differenzia dal mondo che lo circonda, sia esso formato dalla compagnia più eterogenea che dall’intimità della casa .
E lo sguardo deve essere reciproco.
Non conviene abbracciare la moglie mentre è indaffarata in cucina o sta telefonando alla madre, né il marito mentre sta leggendo o guidando la macchina.
Ci deve essere prima una convergenza di sguardi, una intesa ed una attesa negli occhi di ambedue, che riveli la disposizione ad accogliere e ad essere accolto.
Perché il vero abbraccio è un’accoglienza reciproca, che dice all’altro, e lo dimostra: “io sono qui per te”.
L’amore ha bisogno di queste conferme, non perché manchi di fiducia, ma perché, come ogni cosa viva, si nutre e si rinvigorisce con gesti concreti e ripetuti.
L’abbraccio opera ed esprime il ricongiungimento di due persone che si appartengono e si sentono completi e vivi solo in questo rapporto esistenziale.
Si parlava un tempo del “debitum” coniugale, si potrebbe ora considerare questo nuovo dovere come altrettanto importante e tale da non dover essere trascurato da chi abbia a cuore il suo matrimonio.
Il vero abbraccio infatti, anche fisicamente, rinnova l’apertura all’altro, riaccende la sicurezza dolce di un rifugio possibile in ogni circostanza, riscalda il cuore con il calore di un corpo che trasmette un sentimento di tenerezza e un desiderio di comunione e testimonia al mondo che può esistere la pienezza della gioia.

L’amore e gli altri

C’è una forza nascosta nell’amore coniugale che per molti aspetti è paragonabile soltanto a quella  di un seme, destinato a crescere e a svilupparsi portando frutti che nemmeno sono prevedibili.
Se grande è infatti l’influenza del male che ci circonda, maggiore è la potenza del bene che si sprigiona dal semplice, autentico, rapporto di due persone che si amano.
Non ci si rende conto spesso di quanto ciò sia importante: si tende a considerarlo un fatto privato, anzi, gli innamorati sono visti come un po’ egoisti, chiusi nella loro felicità che li isola dal resto del mondo, di cui non hanno più bisogno.
In realtà non è così: non solo il loro amore, per quanto sia sentito come tutto nuovo, ha origini antiche , ed è condizionato certamente da tutta la loro storia precedente e da chi ne è stato attore, ma il fatto che è accaduto in loro è così “esplosivo” per sua natura che si manifesta e incide sugli altri senza che nemmeno se ne accorgano.
L’amore non si può nascondere, anche volendolo.
Non si deve nascondere, perché troppo grande è il bisogno che il mondo ne ha, affinché ne sia consolato e vitalizzato.
Esso è la prova che esiste il bene con la b minuscola, ma soprattutto che esiste il BENE con B  maiuscola, al quale direttamente rimanda.
Stiamo parlando chiaramente dell’amore che si qualifica come coniugale e che, benché sia raro come ogni cosa preziosa, esiste ancora e resiste, superando tutte le prove a cui è continuamente sottoposto.
Un amore che vive e cresce sfidando tutte le suggestioni negative e scettiche da cui è circondato, getta una luce nuova intorno a sé, illuminando un universo, sede dello spirito, dove tutti vedono che è bello abitare.
E’ una luce che può accendersi in ogni uomo, perché potenzialmente presente e preordinata in ciascuno, ma che trova alimento nell’esempio che gli può provenire da altri, che non ne sono neppure consapevoli.
Diceva Paolo VI che la nostra società, che diventa sempre più terra di missione, non ha bisogno tanto di maestri, quanto di testimoni, e due sposi che si amano sono i migliori testimoni di cui il mondo ha bisogno.

L’amore e la risurrezione

Mai come nel festoso clima della Pasqua si fa sentire più forte il tema della risurrezione e il richiamo a ciò che essa significhi, nell’ambito del rapporto di coppia, nei confronti del corpo, del quale sperimentiamo continuamente l’importanza, anche, e specialmente , nella comunicazione amorosa più “spirituale”.
E’ con il corpo, infatti, che nasce e si sviluppa la conoscenza dell’altro.
Solo attraverso i nostri sensi ci è dato avere la rivelazione dell’altro, rivelazione che è destinata a progredire e ad affinarsi col tempo, ma che inizia proprio da quegli aspetti esteriori che, manifestandosi per primi, ci colpiscono e ci sollecitano all’approfondimento della conoscenza.
Attraverso il corpo passa la comunicazione dell’anima e quanto più questa si rivela tanto più quel corpo diventa desiderabile e caro.
In questo procedimento complesso di relazione, in cui entrano in gioco gli elementi più disparati, consci ed inconsci, non è più possibile, a un certo punto, operare una dicotomia.
L’uomo tutto intero, misterioso composto di anima e di corpo, risulta comunque un essere unico, identificabile proprio attraverso il suo aspetto e il suo comportamento, che non può essere negato senza negare l’intera persona.
In questa ottica si fa più pressante per la coppia, sottoposta come ogni mortale alle leggi della natura decaduta, l’esigenza di una ricomposizione armoniosa dell’anima e del corpo, in un tempo e in un luogo certi, benché misteriosi, dove la morte sia sconfitta per sempre.
Il valore del corpo, infatti, specifico della coppia, che viene sottolineato in modo convergente da tutto il pensiero moderno, non si potrebbe reggere se lo si confinasse tra le cose effimere di questo mondo, destinato a cedere davanti all’eternità dello spirito.
Non basta perciò parlare di immortalità dell’anima, a cui erano giunti anche i filosofi antichi, o di reincarnazione, secondo la concezione induista.
Per salvare l’identità e la completezza dell’uomo non vi è che l’annuncio del cristianesimo, che introduce alla speranza di cieli e terre nuove, dove tutto si ricostruirà nella sua perfezione e si ricomporrà in Cristo risorto.
Brilla qui in tutto il suo splendore la novità di Cristo, morto e risorto nella sua ben individuata identità ( “Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho) in una pienezza di vita che è destinata a tutta l’umanità redenta in Lui.
La risurrezione della carne: un dogma di fede che noi ripetiamo ogni giorno nella recita del “Credo” e che, unico, risponde pienamente alla nostra esigenza di una vera vita eterna, a cui tendere nella gioia.
In Cristo la morte e la vita hanno combattuto il grande duello e ha vinto la vita.
Un’icona della risurrezione, che mostra il Figlio di Dio disceso agli inferi, ci fa vedere Adamo ed Eva che si aggrappano alle mani di Cristo, loro salvezza eterna: ora possono riprendere quel dialogo iniziato con Lui, quando, prima del peccato, passeggiava con loro nel giardino, alla brezza della sera.

L’amore e la coesistenza

Nella natura dell’amore è inclusa una parola che viene sempre ed ovunque pronunciata là dove c’è amore: “ Io sono qui per te, io esisto per te”.
In questa frase ne è inclusa un’altra, meno chiara, ma non meno reale: “Io esisto, io sono talmente qui per te, che tu non puoi morire, non puoi totalmente scomparire dalla mia presenza.”
In ogni vero rapporto di amore – forse inconsciamente e senza misurarne pienamente la portata – l’uomo parla nei termini seguenti: “ E’ impossibile che tu non rimanga eternamente con me.  Io stesso, come amante, non esisterei più, se tu non ci fossi più.  Io vivo, però, dunque vivi anche tu,anche se sei lontano da me, addirittura al di là della morte.  Non avrò forse nessun segno della tua presenza, ma tra noi due non c’è bisogno di segni e di controlli.  Qualunque cosa ci capiti, nulla potrà distruggere questa eternità inclusa nel nostro amore.
Consentirei alla tua (e alla mia) distruzione, rinnegherei l’essenza del nostro amore, anzi (per quanto sta in mio potere) ti condannerei alla morte eterna, se non accettassi la tua sopravvivenza dopo la morte e non la affermassi con tutte le forze della mia esistenza, contro ogni evidenza superficiale.”
Queste osservazioni sulla presenza di uno che è morto nell’amore di uno che vive potranno forse sembrare riflessioni soggettive, ma proprio in forza della loro soggettività esse possiedono una forza argomentativa  oggettivo – esistenziale di grande suggestione.
L’esperienza descritta si compie nello spazio interiore dell’amore; questa sfera di conoscenza ha ben poco in comune con quella conoscenza cosiddetta oggettiva e oggettivabile, che esercitiamo tutti i giorni e che si documenta sul piano di misurazioni, non è però meno un luogo del conoscere reale.
La struttura di questa conoscenza soggettiva, che raggiunge tuttavia la realtà dell’essere, si potrebbe così delineare: l’amante coglie la propria esistenza come co-esistenza, qui egli conosce la presenza del tu amato in sé, quale fondamento e condizione della propria esistenza; in questa conoscenza l’essere dell’altro viene posto ed affermato con la stessa sicurezza con la quale si pone e si afferma il proprio essere.
In ogni amore vissuto sinceramente è così posta, affermata e inclusa, la stessa immortalità.
La vissuta intersoggettività tra un vivente e l’essere da lui amato, pur se nascosto nel mistero della morte, illumina l’esistere di ambedue.
Nella luce che fluisce dall’amato il vivente scorge la gloria di un mondo futuro, capisce più profondamente la propria speranza, sperimenta la vicinanza di Dio, nella cui misericordia ed amore è mantenuto eternamente in vita colui che è partito.

Tratto dal libro: “Noi siamo futuro”  di Ladislaus  Boros

L’amore e la convivenza

Un tempo, per due persone non ancora sposate che volessero farne la prova, si parlava di prova d’amore, poi di rapporti prematrimoniali, ora più praticamente e tranquillamente si parla di convivenza, una situazione largamente accettata e a volte persino raccomandata.
Che cos’è la convivenza se non un matrimonio di prova, un vivere insieme more uxorio per poter giudicare alla luce dei fatti, e non più solo delle parole e delle intenzioni, se si è veramente fatti l’uno per l’altro, se una vita a due si dimostra possibile e soddisfacente?
Poi si può anche arrivare al matrimonio vero e proprio, con maggior sicurezza e non più col timore di fare il classico salto nel buio.
Verrebbe allora da chiedersi come mai, con tutte queste premesse, che hanno abbattuto i pregiudizi e l’oscurantismo dei nostri antenati in materia sessuale, si arrivi oggi alla separazione e al divorzio tanto più frequentemente di prima.
Ma non è questo il problema.
Il vero problema è nell’atteggiamento utilitaristico ed egoistico con cui il convivente si pone nei confronti dell’altro, che nega in sostanza quelle che sono le caratteristiche essenziali dell’amore:la gratuità e la perennità, senza delle quali non si può dire di viverlo veramente.
E poi si tratta di una illusione: pensare che la convivenza porti a conoscere tanto bene l’altro da potersi fidare per la vita non è realistico, perché ogni persona è continuamente in evoluzione e può sempre riservare delle sorprese, come è dimostrato dal fatto che i divorzi hanno luogo in tutte le età del matrimonio.
Non è l’abitare insieme che può garantire dalle sorprese, ma è la chiarezza della scelta e la volontà di crescere insieme  in un cammino di donazione reciproca, per cui è richiesta una disponibilità senza limiti.
La vita coniugale non si “prova”, come si prova una macchina,ma si “fa” giorno per giorno e si fa in due, anzi in tre, con l’aiuto della grazia di Dio, che è origine e maestra di amore.
Una madre non “prova” ad allevare un figli per vedere se promette bene, con la prospettiva di liberarsene in caso di insuccesso: un figlio è sempre un figlio, non è mai un exfiglio se non si è comportato secondo le aspettative.
Così un vero rapporto d’amore personale, coniugale, non si interrompe davanti alle difficoltà di ogni tipo che costellano la vita a due.
Certo non ci si deve sposare alla cieca,   è importante conoscersi prima, ma esiste per questo quel periodo che viene chiamato con un termine un po’in disuso di fidanzamento: un tempo né troppo breve né troppo lungo dedicato proprio al paziente lavoro del conoscersi, che può anche concludersi nel nulla, ma se porta ad un riconoscimento reciproco di appartenenza, allora può introdurre all’avventura del matrimonio, senza timore e senza volersi garantire la fuga!
Perché il matrimonio è sempre un’avventura, come lo è la vita stessa.
Nessuno ci dice come saremo domani, ma resta, attraverso la nostra storia, quella identità di fondo che ci costituisce come persona unica, insostituibile, quella che è stata riconosciuta reciprocamente, nella illuminazione dell’innamoramento,come “ossa delle mie ossa e carne della mia carne”.
Solo con lei si può accedere al matrimonio, comprendendone la grandezza e il mistero, e lo si può celebrare davanti a Dio, unico vero garante di una eternità di amore.

L’amore e la casa

Il luogo più familiare ed emblematico dell’amore coniugale è certamente la casa.
Essa è l’ambiente che accoglie al suo interno le vicende più intime e più banali, quotidiane, della sua storia , ne fa da sfondo e, nel tempo, ne assume i caratteri peculiari  e ne esprime i valori.
Il sentirsi “a casa” è proprio di chi ha trovato la sua stabilità e la sua sicurezza.
Si direbbe che l’aspetto materiale dell’abitazione non sia che la trasposizione fisica di una dimensione affettiva stabilmente raggiunta, che assicura la continuità e lo sviluppo di una relazione d’amore.
Perciò la ben nota, romantica, espressione: “due cuori e una capanna” in fondo non è che l’affermazione di un primato del cuore e della relativizzazione dell’aspetto esteriore della casa, che può essere ridotta all’essenziale senza che ne soffra più di tanto la sua funzione.
Ora, da noi, non ci sono più capanne e vengono spesso enfatizzate le dimensioni e l’importanza delle case, ma quello che hanno conquistato di ricchezza è andato spesso a scapito della loro “solidità”.
Perché una casa deve essere solida, essenziale, come il rapporto d’amore dell’uomo e della donna che la abitano, e deve, in un certo senso, esprimerne il carattere, divenendone il simbolo forte.
Sarà compito dei due sposi, ma specialmente della donna, alla quale, a dispetto di ogni femminismo, si deve riconoscere la prevalente sensibilità in materia e capacità di intervento, curare che l’ambiente sia favorevole, facendo attenzione a tante piccole cose che possono interferire più o meno positivamente.
L’amore vuole silenzio, per lasciar parlare il cuore.
Tante parole vuote e tanto rumore inutile, che riempiono spesso le nostre case, sono davvero inquinanti!
Così pure la fretta, la superficialità dei nostri gesti, che non lasciano spazio alla attenzione reciproca e alla calma di un sorriso.
Anche la sovrabbondanza di oggetti che invadono disordinatamente lo spazio, può essere motivo di distrazione e di dissipazione.
Gli spazi liberi corrispondono a pause di sollecitazione dagli stimoli più diversi da cui siamo continuamente circondati e permettono la rivalutazione della semplice bellezza dell’essenziale.
C’è una trama che si tesse intorno alle persone e al loro ambiente, un’atmosfera che si esprime attraverso canoni ben stabiliti.
Si può riconoscere la felicità di una coppia anche dall’armonia della loro abitazione, che non comporterà particolari ricchezze, ma una sobria e tranquilla utilizzazione di ogni ambiente, che rispecchia la gioia di viverci insieme.
Povertà e libertà non saranno allora parole vuote, ma forze incarnate, materializzate nelle qualità evidenti di una dimora dove si vive bene perché ci si ama, e il messaggio che ne deriva potrà rimanere come dono prezioso agli ospiti di passaggio, ma soprattutto ai figli, che ne porteranno nella loro vita il ricordo e il modello.

L’amore e la contemplazione sponsale

Il rapporto sponsale, più di ogni altro rapporto umano, va vissuto al di là delle apparenze, per cogliere il mistero di grazia che contiene.
C’è in ogni essere umano un luogo inaccessibile nel quale è “se stesso”, questo luogo è sacro e costituisce l’identità profonda di ogni uomo, la sua verità.
Esso rimane in ogni situazione intangibile, inviolabile, indistruttibile, inconoscibile.
Questo luogo sacro è il “fanum”= il tempio, il principium, l’initium, l’archè di sé, è l’identità dell’io.
Grazie ad esso l’uomo può dire di sé: “io”.
La comunione sponsale di due identità crea un “fanum” comune.
Ciascuno diventa il fanum che è l’altro.
La contemplazione ( cum templo ) è diventare tempio insieme all’altro.
Uno nasce dall’altro, l’io diventa il tu, il tu diventa io e nasce l’unità del “noi”.
Nella solitudine non c’è un io personale, persino Dio è comunione.
Pensare all’altro nella sua sacralità e orientare su di esso tutto se stesso vuol dire crescere nella contemplazione.
La contemplazione sponsale è un incessante stupirsi perché mette continuamente di fronte all’ initium dell’amato e quindi di fronte a qualcosa di eternamente nuovo.
L’atto di incontrarsi nel sacro lo possiamo chiamare sacramento, senza del quale la coppia si dissolve e si esaurisce nel profano.