Amici preti

Di amici preti ne avevano sempre avuti tanti.
Se ne vedevano i segni sparsi in abbondanza nella loro casa: dal grande Crocifisso, regalo di un caro compagno di giovinezza di lui, ora vicario vescovile, alla bella Madonna del Botticelli, che stava al capo del loro letto, dono di un eruditissimo e gentilissimo professore del seminario, al Crocifisso da tavolo, che accompagnava i loro studi sulla scrivania, ricordo dell’assistente della FUCI  che li aveva sposati, al prezioso messale del ‘700, omaggio riconoscente di un monsignore che, dopo essersi preso cura di tanti poveri in missione, si era lasciato curare da lui nella sua ultima malattia.
Amici preti da disturbare con facilità, da interpellare sulle questioni più importanti tra un piatto e l’altro di una cena in famiglia, da invitare a celebrare in casa le feste in modo comunitario.
Che cosa potevano offrire in cambio i due sposi?
Innanzi tutto la loro casa, come luogo materiale, ma anche spirituale di riposo, di incontro, di stimolo alla edificazione di una comunità nuova costruita sull’amore.
Lì ciascuno, secondo il suo particolare problema, poteva mettere a fuoco le situazioni e progettare  soluzioni che avevano il pregio di essere sincere e immediatamente verificabili.
Nella galleria di queste figure di amici dai diversi carismi, una in particolare era destinata a lasciare un segno: era  un prete, anzi un abate benedettino, alto alto, asciutto, con gli occhi chiari e un ciuffo di capelli da ragazzo che gli ricadeva sulla fronte.
“Se San Benedetto fosse vissuto nella nostra epoca” diceva “avrebbe trovato il modo di interpretarne le esigenze più profonde, come aveva fatto per la sua.”
Perciò lasciava spesso la bellezza e la pace del suo antico monastero per adattarsi alla modestia e alla precarietà delle case dei laici, per aiutarli a consacrarle.
Lo avevano incontrato ad un convegno sulla famiglia e si erano subito riconosciuti amici, compagni nel cammino di una comune ricerca.
“Noi vogliamo imparare da voi monaci la vita contemplativa” diceva lei con un senso di invidia “vogliamo rubarvi i segreti della vostra consumata tradizione di vita religiosa.”
“La Chiesa ha bisogno oggi di piccole comunità dove si viva l’amore, come nella cristianità primitiva” ribatteva calmo l’abate.
“E’ quello che ho sempre pensato”diceva lui soddisfatto “la coppia che vive consapevolmente la sua immagine trinitaria di Dio può rappresentare oggi il vero monaco, inteso non come l’uomo solo, ma come l’uomo unificato dallo Spirito.”
Si scambiarono i pensieri e le visite, l’abate con il gruppo dei suoi amici e gli sposi con il loro e ogni incontro era una festa, uno scoprire nella vocazione e nella esperienza dell’altro un dono di arricchimento e di conforto della propria.
“I cristiani devono tornare ad essere lievito nel mondo” ripeteva l’abate “e formare delle comunità con l’ansia della missione, per diffondere quell’amore che è alla base del sacerdozio e della famiglia.”
“Non parlerei tanto di famiglia” puntualizzava lui “ma di coppia. E’ nella coppia che si incarna la Trinità.
L’uomo, la donna e l’amore vivono in forma riflessa, ma reale, di partecipazione, le relazioni ad intra della Trinità, la loro pericoresi, mentre nella famiglia si può parlare di relazioni ad extra, di espansione di amore, che si manifesta prima di tutto nei figli e poi si allarga in tutta la società in cerchi concentrici.”
Momenti di vita comune erano quasi un saggio di queste teorie.
La tenerezza di Dio traboccava nella lectio divina fatta insieme.
“Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna, porta gli agnellini sul petto e conduce pian piano le pecore  madri.”
Scandiva lentamente l’abate e gli ascoltatori intorno a lui si sentivano di volta in volta agnellini portati sul petto e pecore gravate di grossi pesi che il Pastore conduceva pian piano verso una meta comune di salvezza.
Un giorno, gettando lo sguardo sulla piccola “cappella” ricavata in casa dal fondo del corridoio, disse sorridendo:
“Qui ci starebbe bene il Santissimo,come in ogni comunità religiosa che si rispetti!”
Già, la coppia come comunità religiosa! Aveva centrato il loro obiettivo profondo.
Questa la sua eredità.
Poi il Signore decise che l’abate era pronto per una esperienza di Chiesa più grande e se lo portò in breve tempo in cielo.
E gli sposi rimasero a meditare le sue parole di moderno profeta.

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